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Trombofilia ereditaria

Si definisce trombofilia un quadro clinico predisponente alla formazione di coaguli e di conseguenza a soffrire di episodi trombotici. Si ha un evento trombotico, venoso o arterioso, quando il sangue (anche in piccole quantità) coagula all’interno di un vaso sanguigno, aderisce alla sua parete e lo ostruisce in maniera parziale o completa, impedendo il flusso del sangue. Il coagulo prende il nome di trombo.

BASI GENETICHE DELLA TROMBOFILIA EREDITARIA

Le varianti geniche, oggi note, di suscettibilità alla trombosi sono delle mutazioni puntiformi ad un singolo nucleotide, SNP, che presentano una tale frequenza nella popolazione da essere considerate delle varianti polimorfiche. I geni in considerazione sono quelli relativi al FATTORE V, al FATTORE II della coagulazione (protrombina), il gene MTHFR (Metilen-tetraidrofolatoreduttasi) , il gene PAI-1,PLASMINOGEN ACTIVATOR INHIBITOR 1. Nella popolazione la maggior parte dei difetti della coagulazione si presenta in forma eterozigote, cioè i soggetti sono portatori di una mutazione in una delle due copie del gene; essi hanno una possibilità su due di trasmettere la predisposizione alla malattia ai figli, indipendentemente dal sesso. Gli individui in cui sono alterate entrambe le copie del gene sono definiti omozigoti. L’analisi del DNA permette di identificare gli individui portatori di una specifica mutazione, sia in eterozigoti che omozigosi.

FATTORE V

Il fattore V attivato è un cofattore essenziale per l’attivazione della protrombina (fattore II) a trombina. Il suo effetto pro-coagulante è normalmente inibito dalla Proteina C attivata. Del fattore V sono note 3 varianti geniche correlate alla trombofilia ereditaria.

  • mutazione R506Q o di Leiden: presente nel 3-5% della popolazione generale. Tale variante ha una frequenza genica dell’1,4 – 4,2% in Europa con una frequenza di portatori in eterozigosi in Italia pari al 2-3%; l’omozigosità per tale mutazione ha un’ incidenza di 1:5000. I soggetti eterozigoti hanno un rischio 8 volte superiore di sviluppare una trombosi venosa, mentre gli omozigoti hanno un rischio pari ad 80 volte. Tale evento trombotico è favorito in presenza di altre condizioni predisponenti quali la gravidanza, l’assunzione di contraccettivi orali (rischio aumentato di 30 volte negli eterozigoti e di alcune centinaia negli omozigoti), gli interventi chirurgici. In gravidanza una condizione genetica di eterozigosi per il Fattore Leiden è considerata predisponente all’aborto spontaneo, alla eclampsia, ai difetti placentari, alla Sindrome HELLP (emolisi, elevazione enzimi epatici, pastrinopenia. Tali manifestazioni sarebbero legate a trombosi delle arterie spirali uterine con conseguente inadeguata perfusione placentare. I soggetti portatori di mutazione del fattore V di Leiden dovrebbero pertanto sottoporsi a profilassi anticoagulativa in corso di gravidanza o in funzione di interventi chirurgici ed evitare l’assunzione di contraccettivi orali.
  • mutazione H1299R (HR2): Diversi studi mirati alla valutazione di una sua associazione con il fenotipo APC-resistance e con fenomeni trombotici hanno riconosciuto tale mutazione come un fattore di rischio protrombotico confermabile da un significativo abbassamento dei valori di APC-ratio in vitro e da un aumentato rischio protrombotico in quei soggetti che ereditavano in trans l’aplotipo e la mutazione Leiden. Inoltre soggetti con l’aplotipo HR2 hanno un aumento relativo della isoforma più trombogenica e glicosilata del FV (FV1)
  • mutazione Y1702C: mutazione tipica della popolazione italiana, incrementa di 3-4 volte il rischio di trombosi
FATTORE II – Protrombina

Il Fattore II della coagulazione o Protrombina, per azione del Fattore V viene trasformata in trombina che svolge un ruolo fondamentale nella formazione del coagulo.

La mutazione G20210A è presente nel 2-4% della popolazione. Provoca aumentati livelli del Fattore II (protrombina) funzionale nel plasma e conseguente aumentato rischio di trombosi , specie di tipo venosa. La frequenza genica della variante è bassa (1.0 – 1.5%) con una percentuale di eterozigoti del 2-3%. L’evento trombotico è favorito anche in presenza di altre condizioni quali l’assunzione di contraccettivi orali (da 15 a 30 volte). I soggetti omozigoti per la mutazione sono invece rari.

METILEN-TETRAIDROFOLATO REDUTTASI (MTHFR)

il gene MTHFR codifica per un enzima chiamato Metilen-tetraidrofolato reduttasi che catalizza la rimetilazione dell’omocisteina in metionina. L’analisi del DNA consente di identificare due varianti geniche del gene MTHFR correlate a trombofilia ereditaria. la mutazione C677T nel gene MTHFR che determina, specialmente negli omozigoti, una riduzione dell’attività enzimatica del 50% che, quindi, è meno efficiente, nel convertire l’omocisteina in metionina; questo comporta un aumento dei livelli di omocisteina nel sangue (omocisteinemia) e nelle urine (omocisteinuria), specie dopo carico orale di metionina. La frequenza genica in Europa della mutazione è del 3-3,7% che comporta una condizione di eterozigosi in circa il 42-46% della popolazione e di omozigosi pari al 12-13%.

Recentemente, una seconda mutazione del gene MTHFR (A1298C) è stata associata ad una ridotta attività enzimatica (circa il 60% singolarmente; circa il 40% se presente in associazione alla mutazione C677T). Questa mutazione, in pazienti portatori della mutazione C677T, determina un’aumento dei livelli ematici di omocisteina.

Livelli aumentati di omocisteina nel sangue sono oggi considerati fattore di rischio per malattia vascolare, (trombosi arteriosa) forse attraverso un meccanismo mediato dai gruppi sulfidrilici sulla parete endoteliale dei vasi. Inoltre in condizioni di carenza alimentare di acido folico la variante termolabile della MTHFR porta a livelli molto bassi l’acido folico nel plasma ed è pertanto un fattore di rischio per i difetti del tubo neurale nelle donne in gravidanza. 

PLASMINOGEN ACTIVATOR INHIBITOR 1 (PAI-1): mutazione 1-BP DEL/INS, 4G/5G

A livello della regione promotore del gene PAI-1 è presente un polimorfismo del tipo insezione/delezione di una G (4G/5G). Alcuni studi hanno dimostrato che il genotipo 4G/4G è associato ad elevati livelli plasmatici di PAI-1, con conseguente rischio di malattie coronariche, e nelle donne in gravidanza aumentato rischio di preeclampsia.

A CHI E’ RIVOLTO IL TEST

Il Laboratorio Analisi Biomedicals, mette a disposizione test classici molecolari per l’analisi di varianti genetiche a carico di geni che predispongono alla trombofilia.

Lo studio delle varianti geniche correlate a trombofilia ereditaria è indicato in: 

  • Soggetti con precedenti episodi, o familiarità, di tromboembolismo venoso o trombosi arteriosa;
  • Donne che intendono assumere contraccettivi orali, con precedenti episodi di trombosi in gravidanza e/o poliabortività, con precedente figlio con DTN ( difetto tubo neurale);
  • Gestanti con IUGR, tromboflebite o trombosi placentare;
  • Soggetti diabetici, ipertesi e cardiopatici, con elevati livelli sierici di omocisteina e/o colesterolo

In tali situazioni la conoscenza della predisposizione genetica alla trombosi può fornire al medico elementi utili per una adeguata terapia preventiva.

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Test genetico di predisposizione alla celiachia

A cosa serve il test genetico

Il test genetico di predisposizione alla celiachia permette la determinazione degli aplotipi HLA-DQ2 e HLA-DQ8 associati alla malattia celiaca.

La malattia celiaca è una malattia infiammatoria cronica dell’intestino attivata dall’ingestione di glutine o proteine relazionate che si trovano nel frumento, nell’orzo, nella segale. Certamente è una delle malattie rare più prevalenti nella popolazione europea e nord americana con una frequenza di circa 1:100.

Genetica della celiachia

La sensibilità al glutine è determinata in prevalenza geneticamente. Infatti il suo carattere ereditario si manifesta con un aumento della prevalenza tra familiari (10-15%) e una concordanza del 80% tra gemelli omozigoti. La tipizzazione HLA nella celiachia è un test che valuta la maggiore o minore predisposizione di un individuo a sviluppare la malattia in base alla presenza/assenza di fattori di rischio. Nella maggior parte delle popolazioni studiate, il 90-95% dei pazienti è portatore dell’ eterodimero HLA-DQ2, codificato dagli alleli DQA1*05 e DQ81*02 in posizione cis (più comune nel centro e nel nord europa) o in posizione trans (più comune nei paesi mediterranei). Il resto dei pazienti (5-10%) presenta solitamente un secondo eterodimero, HLA-DQ8 (maggioritario tra pazienti indigeni del Sud America), codificato dagli alleli DQA1*03 e DQB1*0302. I pazienti non portatori di DQ2 o DQ8 possono presentare separatamente almeno uno degli alleli del DQ2.

Quando eseguire la genotipizzazione dell’HLA

– Esclusione della possibilità di essere affetti da celiachia. Se un individuo presenta sintomi che potrebbero essere indicativi di celiachia, ma la biopsia e la sierologia non sono conclusive, è possibile valutare la tipizzazione dell’HLA come ulteriore aspetto da valutare. I risultati di tale test possono sicuramente contribuire a scartare l’ipotesi di celiachia in individui che non ne sono affetti.

– Studio di familiari celiaci. Permette di conoscere quali familiari, sopratutto fratelli, presentano il rischio di sviluppare la malattia celiaca e quali no. In tal modo 1) sarà possibile eseguire un monitoraggio più esauriente degli individui che presentano i marcatori HLA e sorvegliare lo sviluppo di possibili sintomi indicativi di celiachia, il che permette di ridurre i danni dovuti alla diagnosi tardiva; 2) Sarà possibile evitare la ripetizione periodica delle analisi sierologiche nei familiari che non presentano i marcatori HLA.

L’importanza della gnotipizzazione dell’ HLA

La biopsia e i classici marcatori sierologici (anticorpi anti transglutaminasi, anti endomisio e anti gliadina deamidata), pur avendo una specificità ed una sensibilità pari quasi al 100%, risultano positivi solo quando la malattia celiaca è in corso. La genotipizzazione dell’HLA offre una risposta anche in assenza di sintomi specifici della malattia celiaca

Il test genetico HLA è eseguito nella sezione di biologia molecolare del laboratorio analisi Biomedicals, ha un tempo di refertazione di 7 giorni ed è eseguito attraverso estrazione del DNA da sangue intero, amplificazione mediante reazione a catena della polimerasi (P.C.R.) e rivelazione

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Intolleranza al lattosio: test genetico o breath test?

Cos’è l’intolleranza al lattosio.

L’intolleranza al lattosio è l’incapacità di digerire lo zucchero presente nel latte. Il lattosio è un disaccaride che prima di essere utilizzato dall’organismo deve essere scisso in due zuccheri semplici: il glucosio e il galattosio. Per effettuare questa operazione è necessario un enzima chiamato lattasi. Un deficit di tale enzima fa sì che il lattosio non idrolizzato, non potendo essere assorbito da parte dell’intestino e digerito attraverso la normale via glicolitica, raggiunga il colon esercitando un effetto osmotico che provoca richiamo d’acqua e di elettroliti nel lume intestinale, fermentazione batterica dello zucchero e formazione di gas come ad esempio idrogeno molecolare. I sintomi tipici dell’intolleranza al lattosio sono: diarrea o stipsi, meteorismo, crampi e spasmi addominali, nausaea e vomito, spossatezza. La sintomatologia è dose-dipendente: maggiore è la quantità di lattosio ingerita, più evidenti sono i sintomi.

Test genetico.

Il gene LCT, localizzato sul cromosoma 2, codifica per l’enzima lattasi. Nel 90% dei casi la condizione di intolleranza al lattosio è riconducibile in Europa a due polimorfismi genetici: un polimorfismo T>C nella posizione -13910 e un polimorfismo A>G in posizione -22018, nella regione regolatrice del gene della lattasi (gene LTC). Quando presente in entrambe le copie del gene tale polimorfismo può portare ad una ridotta espressione dell’enzima nei microvilli dell’intestino tenue, e di conseguenza a una carenza di lattasi. Questa ridotta espressione fa sì che con il passare degli anni il lattosio sia digerito sempre meno. La trasmissione ereditaria di questi polimorfismi è autosomica recessiva, cioè solo chi ha entrambe le copie del gene mutate (omozigosi) è affetto da questo tipo di intolleranza.

Il test genetico per l’intolleranza al lattosio è eseguito nella sezione di biologia molecolare del laboratorio analisi Biomedicals, ha un tempo di refertazione di 7 giorni ed è eseguito attraverso estrazione del DNA da sangue intero, amplificazione mediante reazione a catena della polimerasi (P.C.R.) e rivelazione

Attenzione: un risultato positivo col test genetico indica una intolleranza permanente al lattosio; tuttavia un risultato negativo non esclude una intolleranza secondaria e transitoria, riscontrabile con il Breath test.

Il test genetico sopracitato è consigliato in caso di:

  • Breath test al lattosio positivo

  • Sintomatologia sospetta (sempre riconducibile ad un’eventuale intolleranza al lattosio) che si protrae da tempo

  • Familiarità per intolleranza al lattosio

In queste tre situazioni è consigliato ed è MOLTO utile effettuare il test genetico per la ricerca dell’intolleranza al lattosio primaria e quindi permanente per tutta la vita. Insieme al breath test, fornisce una completa diagnosi di intolleranza al lattosio.

Breath test

Il Breath test, o test del respiro, consente la diagnosi della intolleranza al lattosio anche in individui non geneticamente predisposti. Certamente esistono condizioni o patologie che causano alterazione della mucosa intestinale con conseguente perdita di attività enzimatica. Per fare alcuni esempi infezioni batteriche o virali, parassitosi, celiachia, malattie intestinali infiammatorie (morbo di Crohn, colite ulcerosa etc.), trattamenti farmacologici o alcune condizioni post-chirurgiche. Tali condizioni sono causa della così detta intolleranza secondaria al lattosio.

Il test consiste nell’assunzione di 25 grammi di lattosio puro, nel campionamento di respiro ogni 30 minuti per 4 ore. In ogni campionamento sarà valutato il livello di idrogeno. I livelli di idrogeno in ogni campionamento saranno comparati con quello basale, cioè prima della assunzione della soluzione di lattosio. In caso in cui il lattosio ingerito non riesce ad essere digerito, sarà fermentato dalla flora batterica del colon con produzione di idrogeno, metano ed altre sostanze. L’idrogeno è riassorbito dal sangue e espirato dai polmoni.

Il Breath test al lattosio necessita di prenotazione. Per info su preparazione all’esame consultare la nostra guida agli esami al presente link oppure scarica l’allegato

Cos’è l’intolleranza al lattosio.

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Calprotectina fecale: una valida alternativa alla colonoscopia

Calprotectina: cosa è?

La Calprotectina è una proteina che si trova in quantità rilevante all’interno dei granuli citoplasmatici dei leucociti neutrofili. Difatti costituisce il 5% delle proteine totali ed il 60% del contenuto totale dei granuli. Si tratta di una proteina con attività batteriostatica e micostatica: per questo l’abbondanza di Calprotectina nei granulociti neutrofili e la sua attività antimicrobica ne suggeriscono un ruolo rilevante nelle funzioni difensive dell’organismo.

A cosa serve?

Poiché i processi infiammatori dell’organismo si accompagnano, generalmente, ad un accumulo soprattutto di leucociti neutrofili nei tessuti infiammati, questa proteina viene utilizzata come un marcatore specifico di infiammazione. In pratica per le infiammazioni gastrointestinali è più specifica di altri marker infiammatori come VES o PCR.

Quando sottoporsi all’esame?

Certamente i livelli di Calprotectina riflettono lo stato infiammatorio a carico della mucosa intestinale. Infatti in pazienti con sintomi quali diarrea, dolori addominali, meteorismo, alternanza dell’alvo (diarrea/stipsi) il dosaggio della Calprotectina rappresenta un valido supporto per la diagnosi differenziale tra la sindrome dell’intestino irritabile e patologie con processo infiammatorio a carico dell’ intestino. Di conseguenzaa il dosaggio della Calprotectina riduce notevolmente le colonoscopie non necessarie [1-2].

Modalità di accesso

Nel nostro Laboratorio eseguiamo il dosaggio quantitativo della Calprotectina fecale. Per sottoporsi all’esame è sufficiente consegnare in Laboratorio un campione di feci in un idoneo contenitore (disponibile presso le farmacie o gratuitamente presso il nostro Laboratorio). E’ bene sottolineare che per la richiesta di esame non è necessaria la richiesta del medico né prenotazione, inoltre i risultati sono disponibili in giornata sul nostro sito web attraverso il servizio di refertazione online

[1] Khalil, Hesham, and Paul Sherwood. “PTH-034 Do faecal calprotectin levels influence colonoscopy rates?.” Gut67.Suppl_1 (2018).

[2] Johnson, M., et al. “P123 The use of faecal calprotectin in IBD and reducing unnecessary colonoscopy.” Journal of Crohn’s and Colitis 8 (2014): S113

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Screening celiachia


Cosa è la malattia celiaca

La malattia celiaca (celiachia) è un disordine autoimmune che, in individui geneticamente predisposti, si verifica in seguito all’ingestione di glutine. Si stima che in tutto il mondo 1 individuo su 100 sia affetto da celiachia e che 5 celiaci su 6 non sanno di esserlo. Il glutine è una proteina presente in alcuni cereali come grano, segale e orzo. Nei celiaci l’ingestione di glutine scatena una reazione autoimmunitaria che a lungo termine danneggia la mucosa e e provoca l’atrofia dei villi intestinali ostacolando l’assorbimento di alcuni nutrienti. Per l’esattezza è la gliadina, una componente alcol solubile contenuta nel glutine, la frazione tossica che innesca la reazione autoimmune responsabile del danno tissutale attraverso la produzione di anticorpi contro la gliadina e auto anticorpi anti transglutaminasi tissutale e anti endomisio.

Sintomi

I sintomi più evidenti della malattia celiaca sono disturbi gastrointestinali come ad esempio gonfiore addominale, crampi addominali, diarrea cronica, stipsi, meteorismo e flatulenza, nausea e vomito, perdita di peso e crescita ritardata nei bambini dovuta al malassorbimento. In alcuni casi si manifestano sin dall’età pediatrica ma in molti casi solo in età adulta.

Come curare la malattia celiaca

Non esistono trattamenti per la malattia celiaca. L’unica terapia al momento è la totale eliminazione del glutine dall’alimentazione, quindi derivati del grano, orzo e segale che andrebbero sostituiti con patate, riso, grano saraceno. Gli alimenti che non contengono glutine sono contrassegnati da loghi specifici ai sensi della normativa vigente. Per maggiori dettagli fare riferimento alla lista presente al seguente link

Come diagnosticare la celiachia

Il metodo meno invasivo per la diagnosi di malattia celiaca consiste nell’analisi di specifici marcatori sierologici. Attraverso un prelievo venoso si possono analizzare marcatori sierologici ad elevata specificità e sensibilità. Nel nostro laboratorio si eseguono dosaggi di anticorpi di classe IgA e IgG anti gliadina deamidata, e anti transglutaminasi con metodo ELISA e anticorpi anti endomisio con metodo di immunofluorescenza indiretta.

Quando è raccomandato lo screening celiachia

Quando si riportano i classici sintomi della celiachia o, nei soggetti celiaci, nel monitoraggio della dieta senza glutine. In caso di familiarità con un paziente affetto da malattia celiaca, anche in assenza di sintomi riconducibili alla celiachia, è consigliato il test genetico per la predisposizione alla celiachia disponibile presso il nostro laboratorio. Per maggiori info clicca qui

Screening celiachia: modalità di accesso

Nel Laboratorio Biomedicals si può eseguire lo screening celiachia anche senza impegnativa del medico. Il tempo massimo di refertazione è di 2 giorni e il referto può essere comodamente reperito sul sito web della struttura.

Qualità

Il Laboratorio Biomedicals sullo screening celiachia esegue scrupolosi controlli interni e partecipa al programma internazionale di Verifica Esterna di Qualità Autoimmune Diseases – Gluten-Sensitive Enteropathies di INSTAND per assicurare la qualità dei propri risultati.

Prendi visione dei nostri certificati di Qualità facendo click qui

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Test per la diagnosi di mononucleosi infettiva

Sono disponibili presso il laboratorio analisi Biomedicals test sierologici specifici per la diagnosi della mononucleosi infettiva.

La mononucleosi, conosciuta anche come malattia del bacio a causa della modalità più comune di contagio, è una patologia che può colpire ad ogni età ma è particolarmente diffusa tra bambini ed adolescenti. I sintomi più comuni comprendono faringite con presenza di placche bianco giallastre sulle tonsille, febbre alta, spossatezza e dolori muscolari, ingrossamento dei linfonodi, aumento della produzione di cellule mononucleate (linfociti e monociti).

L’agente eziologico della mononucleosi è un virus denominato Epstein-Barr virus (EBV) conosciuto anche come Herpes Virus 4. Come altri virus della famiglia degli Herpes, dopo l’infezione ci si immunizza, ma ci possono essere casi di riattivazione del virus con ricomparsa dei sintomi e contagiosità. Essendo una malattia virale non è curabile, ma si possono curare i sintomi, che regrediscono entro 2-3 settimane. Tuttavia una sensazione di stanchezza generalizzata può persistere anche per diversi mesi dall’infezione.

E’ importante diagnosticare la malattia rapidamente e senza equivoci la malattia per evitare trattamenti inutili. Inoltre pazienti affetti da mononucleosi devono riposare a letto ed evitare sforzi per evitare complicanze come ad esempio l’ingrossamento della milza con conseguente rottura, complicanza rara ma temibile

A supporto del Medico per la diagnosi di mononucleosi infettiva ci sono test per il rilevamento di anticorpi fase specifica (1,2) dosabili su un campione di sangue venoso. Gli anticorpi dosabili presso il nostro Laboratorio sono:

  • anticorpi eterofili
  • anticorpi anti-VCA IgM
  • anticorpi anti-VCA/EA IgG
  • anticorpi anti-EBNA IgG

e consentono di stabilire lo stadio della patologia (3) o, in caso di negatività, consentono di escludere la mononucleosi ed indirizzare il Medico verso un corretto percorso terapeutico. Tali anticorpi sono dosati con il metodo ELFA, un gold standard per la virologia che assicura elevata specificità e sensibilità e offre al Medico uno strumento efficace e di semplice interpretazione. E’ importante sottolineare che la scelta di questo metodo è supportata da studi pubblicati su autorevoli riviste scientifiche internazionali (4,5)

(1) Hess, Ralf D. “Routine Epstein-Barr virus diagnostics from the laboratory perspective: still challenging after 35 years.” Journal of clinical microbiology 42.8 (2004): 3381-3387.

(2)Macsween, Karen F., and Dorothy H. Crawford. “Epstein-Barr virus—recent advances.” The Lancet infectious diseases 3.3 (2003): 131-140.

(3) De Paschale, Massimo, and Pierangelo Clerici. “Serological diagnosis of Epstein-Barr virus infection: problems and solutions.” World journal of virology 1.1 (2012): 31.

(4) Lupo, J., et al. “Performance of two commercially available automated immunoassays for the determination of Epstein-Barr virus serological status.” Clinical and Vaccine Immunology (2012): CVI-00100.

(5) Johannessen, I., et al. “Determination of EBV serostatus prior to kidney transplantation: Comparison of VIDAS®, LIAISON® and immunofluorescence assays.” Journal of virological methods 203 (2014): 107-111.

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Nuovo servizio di refertazione on-line

Con l’obiettivo andare incontro alle esigenze degli utenti, il Laboratorio mette a disposizione il nuovo servizio utile e innovativo di refertazione online per gli esami effettuati presso la nostra struttura.

Il laboratorio vi consente di scaricare e i vostri referti online e  di averli sempre disponibili per consultazione sul vostro PC, smartphone o tablet. Il servizio è facoltativo, ha lo scopo di facilitare la consegna dei referti in modo da renderli disponibili anche al di fuori degli orari di consegna dei referti del laboratorio. Difatti la refertazione on-line non sostituisce la normale procedura di consegna dei referti, che restano comunque disponibili in formato cartaceo originale, ai sensi e per gli effetti di legge, presso la nostra sede.

La refertazione online è gratuita e sicura, in accordo con le linee guida del garante della privacy in materia. In fase di accettazione è necessario che l’utente prenda visione dell’informativa, in formato digitale, che il Laboratorio fornirà. Al momento della accettazione saranno fornite le credenziali di accesso al portale dedicato, con le quali sarà possibile scaricare il referto mediante qualsiasi dispositivo digitale dotato di software per la visualizzazione di PDF e stamparlo.

Il servizio è disponibile presso il seguente link

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Analisi cliniche in gravidanza

La diagnosi prenatale è fondamentale per una gravidanza serena. Presso il Laboratorio Analisi Biomedicals sono disponibili tutte le analisi cliniche per avere cura di te e del tuo bambino:

  • Test maternità (su sangue e su urine)
  • Test di Coombs indiretto e gruppo sanguigno
  • Dosaggi ormonali per il Bi-test (PAPP-A e free beta-HCG) con metodica Roche
  • Test genetici per trombofilie ereditarie
  • Elettroforesi dell’emoglobina e resistenze osmotiche
  • Infettivologia e virologia (gruppo To.R.C.H., Listeria, varicella, TPHA e  VDRL, HIV)
  • Tamponi vaginali e cervico-vaginali Per la ricerca di Streptococcus agalactiae (streptococco beta emolitico di tipo B) e numerosi microrganismi fastidiosi. I nostri risultati sono  conformi agli standard EUCAST (European Commettee on Antimicrobical Susceptibily Testing).  Partecipiamo, anche per la microbiologia, a piani di Verifica Esterna di Qualità (Per info clicca qui)
  • Ricerca di Chlamydia trachomatis con metodo di immunofluorescenza diretta, elevata sensibilità e specificità
  • Curva glicemica ed insulinemica

Tutti i nostri risultati sono ottenuti con metodiche di riferimento in linea con le linee guida internazionali. Inoltre i nostri risultati sono supportati da scrupolosi controlli di qualità interni ed esterni.

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Test per la diagnosi di infezione da Helicobacter pylori

 
 

I disordini gastrointestinali includono diverse patologie, alcune delle quali di natura infettiva. Certamente uno dei mocorganismi che più comunemente può colonizzare la mucosa gastrica è un batterio spiraliforme chiamato Helicobacter pylori.  

L’infezione è spesso asintomatica, ma talvolta può provocare gastriti e ulcere a livello dello stomaco o del duodeno, il primo tratto dell’intestino. L’ulcera è un’irritazione o un vero e proprio foro che si forma nella mucosa, che produce un dolore intenso, soprattutto a stomaco vuoto.  Poiché si sa ancora molto poco sulle modalità di trasmissione di H. pylori, anche le misure preventive disponibili sono scarse. In generale, si raccomanda comunque di lavarsi bene le mani, mangiare cibo adeguatamente cucinato e bere acqua sicura.

Accertata l’origine dell’ulcera, il trattamento dell’infezione consiste in una combinazione di antibiotici per debellare il microrganismo e inibitori di pompa protonica per alleviare i sintomi

Presso il Laboratorio Analisi Biomedicals è diponibile un test non invasivo per la diagnosi di infezione da H. pylori. Per il test è sufficiente un campione di feci. Il test si basa sulla ricerca dell’antigene fecale con metodo ELISA mediante anticorpi monoclonali. Secondo le linee guida internazionali* è il metodo di riferimento per affidabilità, sensibilità e specificità.

*P. Malfertheiner, F. Megraud, O. Morain. Current concepts in the management of Helicobacter pylori infection. The Maastricht 2-2000 Consensus Report. Aliment Pharmacol Ther. 2002; 16: 167-80

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